HAN, BIRTHH, INUDE, VANARIN il cosmopolitan-pop che si rinnova dall’Italia.

RECENSIONE

In tempi di restrizioni nella nostra sfera quotidiana e di limitazione alla libera circolazione, come questi che stiamo vivendo in seguito all’emergenza del virus Covid- 19, ci piaceva l’idea di parlare di quella musica che, pur nascendo in Italia, ha la potenza comunicativa necessaria per diffondersi nel mondo. Esiste infatti una corrente minoritaria di artisti in Italia la cui musica trova una casa nel mondo, che non rimane per forza invischiata nelle stanze chiuse, dall’aria viziata e i limitati orizzonti, di molta industria discografica della nostra penisola. Oggi su Brexhip parliamo di quattro di loro, che hanno fatto di innovazione virtù, ma nel modo più spontaneo e corrispondente al proprio profilo artistico, costruendo passo dopo passo una carriera che li porta a collocarsi più lontano rispetto all’anonimità del mercato nazionale, verso una meritata e auspicabile visibilità globale.

Han è certamente uno dei progetti italiani più interessanti, per sonorità e stile. La sua “1986” nel 2017 ha fatto alzare le antenne a chi era a caccia di alt-pop in stile nord-europeo su suolo italico, trovando nella musica di Giulia Fontana una vera e propria rivelazione . L’ultimo suo singolo “Lens” risente un po’ di più delle influenze britanniche, penso a Japanese House e The Xx in particolare, synth morbidi, chitarre dreamy, una voce che riesce a distillare emozioni anche attraverso i suoi toni tenui, delicatezza e fragilità si trasformano in granitiche strutture di fresco pop contemporaneo. Han ha già suonato in molte date in giro per l’ Europa (tra le quali un’ottima performance al Primavera Sound).

BIRTHH è passata dall’essere uno dei segreti pop nazionali meglio custoditi a vero e proprio progetto internazionale, meritatamente e globalmente apprezzato. Il sound del suo ultimo “WHOA” risente dell’entusiasmo del processo di trasformazione di un pop da cameretta, intimo ma dalle trame raffinate, in un vero e proprio gioiello di produzione che non lesina un certo carattere sperimentale, con ottime parentesi r’n’b, hip-hop e graziose ballad acustiche, completato in uno studio di New York, con il supporto di Lucius Page e di Robert LB Dorsey. Tenete d’occhio la sua attività live, appena le emergenze globali ce ne daranno occasione.

Gli Inude vengono dal Sud-Italia, fanno un pop elettronico intenso e vibey, groove hip-hop e sonorità r’n’b permeano canzoni di una bellezza disarmante. Il loro ultimo EP “Clara Tesla” è uno scrigno pieno di gemme da scoprire ed apprezzare con entusiasmo, dal loro esordio “Love is In the Eyes of the Animals” l’elettronica ha acquisito nuove sfumature, sempre più personali. I testi, sempre più ispirati, li inquadrano in un orizzonte poetico in cui la visione si fa più matura, più disillusa. I Vanarin sono di Bergamo, nascono dall’incontro di Marco Sciacqua e David Paysden, innamorati del pop firmato Lennon/McCartney, piano piano negli anni riscoprono le calde sonorità nu soul contemporanee, e le più fresche attitudini neo psichedeliche da dance floor dei Tame Impala, oltre al nuovo hip-hop di Tyler The Creator e Steve Lacy. Quindi, coadiuvati dalla competente sezione ritmica di Marco Brena e Massimo Mantovani, più di recente cominciano a confezionare delle prelibatezze sonore con un mood sempre più coinvolgente. Un elettro-funk vellutato e pieno di colore trova forma nel loro ultimo “EP2”, il formato che racchiude cinque ottime tracks illustrando pienamente il frutto del loro percorso creativo, poroso di ascolti passati ma anche attuali.

Nando Dorelassi
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