RECENSIONE

Un fulmine a ciel sereno. Questo si rivelò il provino di “Last Words” nell’estate del 2015, diffuso da un ventenne studente di letteratura dell’università dell’Anglia orientale: crudo, rigorosamente lo-fi, riuscì già a conquistare una platea consistente e soprattutto le attenzioni di un entusiasta Sir Lucian Grainge, amministratore delegato di Universal Music, che volò fino a Londra per ascoltarlo dal vivo al Lexington.

Il tempo di farsi le ossa con alcuni singoli ed EP e, dopo due anni di lavoro, pubblica un disco omonimo che cerca di mettere in mostra i lati più caratteristici del songwriting e della voce di Isaac, figlio della poetessa Judith Gracie con un passato nell’Ealing Abbey Choir, con l’attenta produzione di Markus Dravis – uno che sa bene quello che fa, visti i risultati ottenuti con i Coldplay, gli Arcade Fire e Florence + the Machine.

Si fa presto a dire indie-folk, un po’ troppo presto a dire il vero. Così come è facile cadere nella trappola di classificare Isaac Gracie come “cantautore dal piglio grunge” o tirare in ballo pietre di paragone come Jeff Buckley e Nick Cave.

Isaac Gracie è un onesto artista che punta tutto sull’introspezione in un album che si sviluppa come un diario, un turbinìo di pensieri e di stati d’animo apparentemente sfilacciati ma che trovano la forma più consona e il posto giusto man mano che si procede con l’ascolto.

Studiata meticolosamente la tracklist, con “Terrified” che fa spiccare il volo a quest’opera prima con un inno pop à-la Snow Patrol, riccamente arrangiato senza essere ruffiano, e di lì a poco il diamante grezzo di “The Death of You & I” è pronto a farci restare a bocca aperta.

Sembra di sentire persino lo scricchiolio del pavimento in legno mentre Gracie si sposta con nonchalance da una strofa dondolante all’aroma flamenco-western (qualcosa che ci aspetteremmo nella scena di un film di Quentin Tarantino) all’urlo del ritornello, sostenuto da una batteria robusta ed espressiva.

Chi ha amato i Veils più ispirati a Nick Cave e i suoi Bad Seeds non può che trovare musica per le proprie orecchie, ma non finisce qui: più levigato e radiofonico si rivela l’alt-rock di “Running on Empty”, rubato con destrezza ai Killers springsteeniani del loro secondo album, mentre “Telescope” è baciata da una melodia ariosa, un vestito cucito alla perfezione che riporta a “Fugitive” di David Gray.

Rapisce la voce sicura ma a tratti rotta dall’emozione, che si concede momenti di vibrato, in una ballad incantevole come “That Was Then” – capace di richiamare gli Starsailor degli esordi, il già menzionato Jeff Buckley e al contempo di mostrare i segni di un’identità nuova e di una storia ancora tutta da scrivere.

Se gli scenari malinconici di “Silhouettes of You” tradiscono ascolti diligenti dei Radiohead pre-“Ok Computer”, più interessante si rivela lo svolgimento di “All In My Mind”, con una scena che si arricchisce di strumenti e intensità lasciando ad Isaac, che senza paura ci mostra le proprie cicatrici, il ruolo di protagonista.

Un talento puro, quello di questo ventitreenne che molto ha ancora da dire e che confeziona una prima prova affascinante perché fuori dal tempo, estranea alle mode, specchio di un giovane uomo che si confessa e mentre lo fa ci scruta con gli occhi che vediamo in copertina, occhi di gioca ad atteggiarsi a maudit concedendosi un accenno di broncio ma che esprimono tutta la rabbia e la dolcezza di un disco che assomiglia al proprio autore, centrifuga decenni di cantautorato e con umiltà cerca di fornirci un diapason del tutto nuovo grazie al quale tenere sempre ben accordate le nostre emozioni

 

Alessandro Liccardo

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Isaac Gracie
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