RECENSIONE

Kerry Devine sarebbe stata a proprio agio al Bang Bang Bar (leggasi Roadhouse), in conclusione di puntata nella terza serie di Twin Peaks del maestro Lynch – mi riferisco in particolare a “Work You”, con il suo pad ectoplasmatico, quei bassi tragici e quel dirottamento emotivo nella voce che rende i sentimenti di cui canta spettrali presenze indefinite in una casa abbandonata, le cui mura trasudano ricordi terribili.

I due pezzi in anteprima di “Away From Mountains” – uscito qualche settimana fa su etichetta Trapped Animal con una discreta distribuzione, come dovrebbe davvero accadere per un disco di tale caratura – già facevano presagire un lavoro intenso, maturo, con le chitarre finemente intrecciate in una filigrana lucente e i sussurri di una voce che prende strade diverse per una destinazione che è però la stessa, un prismatico “non luogo” dal quale si fugge per non fare conti troppo amari con gli appuntamenti dolorosi, una consueta fragilità che ci contraddistingue.

La drammaticità impregna ogni singolo accordo in fingerpicking su “Charleston Town”, tra la Suzanne Vega di “Some Journey” e gli ultimi Pink Floyd di Gilmour, quelli di “High Hopes”. Kerry sembra cantare all’interno di sé, prendendo appunti in un diario di eventi psichici, come in “Lines in the Landscape”, nel tentativo di sfuggire a un’inesorabile discesa nel Maelstrom. In “Ariel” un carillon cinematico ci indica l’ingresso in un regno fatato. Il tempo è sospeso, lo spazio è visitato solo dai leggeri sospiri interiori: un quasi impercettibile dialogo tra fantasmi.

Sono canti dello spirito che si elevano verso i cieli plumbei dell’esistenza, nuvole cariche di una pioggia di sogni infranti, canzoni che distillano ancora la poesia dell’abbandono, sonorità che si allontanano frettolose all’alba di un nuovo giorno, come le ultime ore buie di una notte nera come la pece.

Ecco il link al suo ultimo lavoro!

Nando Dorelassi

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Kerry Devine
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