RECENSIONE

Lagoonar organizza una serata bella carica all’Argo 16, con una tripletta di gruppi ben assortita e ficcandoci dentro pure un release party. Rompono gli indugi i Robox, una rivelazione per il sottoscritto e una discesa nel Maelstrom per tutti i presenti, pesanti e veloci (non è cosa facile e non provateci a casa vostra), mettono in scena un collage di rullate torrenziali, bassi ruggenti e chitarre tonitruanti. Una spinta notevole, niente male come inizio. Smantellata su due piedi – grazie alla furia del trio in questione -, la coltre di sbadigli di attesa, che rischiava di compromettermi la serata. arrivano i LIE (Love In Elevator), mettendoci sotto i denti il loro ultimo “Lies To Stars”. La band ha già una
discreta storia internazionale alle spalle (ho surfato lo scibile nel web, durante l’estenuante attesa che lo spettacolo iniziasse). La voce di Anna Carazzai  – titolare del progetto – nuota tra onde elettriche di un alternative rock che sembra stavolta mutuare dinamiche dal post- rock, dilatando gli spazi e aggiungendo alla grinta  – che non si può non riconoscerle – un pò di drammaticità. C’è molto mestiere, sbancano, convincono ma non infiammano. Arriva finalmente il turno dei Mamuthones, pronti a trasformare Via delle Industrie in una
Nuova Guinea feroce ed oscura.

Freschi della pubblicazione di un nuovo singolo (completo di interessanti remixes) "A Place In The World", una protest song sulla scia del post-punk mutante e frenetico che sembra essere la loro nuova cifra stilistica dal magnifico "Fear On The Corner", uscito per la britannica Rocket Recordings, e che segnò nuove ed interessanti direzioni per Alessio Gastaldello e compagni. Il rituale ritmico inizia sotto un non proprio propizio allineamento d'astri in fatto di sound-check, ma la temperatura sale, il drumming marziale ed esotico di Andrea Davì, la t-shirt "madchesteriana" di Gastaldello aprono le danze primordiali di un club perduto nel caos cosmico. I synth donano una dimensione più technoide, rispetto alle prime date del tour, e le acide convulsioni chitarristiche di Matteo Polato, tra un Otomo Yoshihide e un Pete Cosey danno quel tocco avantgardish che è valore aggiunto al contesto. I Mamuthones riescono ancora una volta nella loro impresa di intrecciare l’urbano al tropicale, con un edonismo giocoso e tragicamente festante. Una ennesima ed esaltante occasione per ascoltare una band che il suo "posto nel mondo" sembra proprio averlo trovato.

Nando Dorelassi
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Mamuthones all’Argo 16 [Live Report]
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