Metro Crowd al Circolo Nadir di Padova [Live Report]

REVIEW

“…cioè io volevo portà…anche un altro, n’altro…un altro modo de lottà, un altro modo de esse, cioè…non viene mai affrontato il discorso reale dei ragazzi…..”

Da “Ragionamenti Alienati nella Borgata Romanina 1976”

https://www.youtube.com/watch?v=GT5VpTtrajE

Sono le 23 e al Nadir comincia la lenta trasmigrazione dal bar alla sala concerti, sul palco Vic Sinex sistema un nastro segnaletico da cantiere sul suo personale tavolino pieno zeppo di hardware. Indossa una giacca che ha tutta l’aria di essere un’uniforme Atac. “Posso fotografare la scaletta ?”, gli chiedo candidamente, lui sorride e mi fa capire che è tutta da decrittare : la capiscono solo loro. Non avevo dubbi. Attaccano con “Student” ed è subito uno sprofondare in quel purgatorio asettico in cui la voce schizoide di Vic sembra essere l’unica presenza umana in giro (quindi cominciamo bbene),  la chitarra abrasiva è sempre in lotta con sé stessa e con gli altri, Cutrone siede alla batteria rilassato come un jazzista, seguendo il clangore generale con un certo iniziale distacco.

I Metro Crowd sono più o meno come me li ricordavo, era in occasione dell’Handmade Festival di Guastalla di qualche anno fa che li vidi la prima volta, credo suonassero “Head have bodies”. Mi travolgevano. Li fissavo come di fronte ad un atto di atroce bellezza, come un’opera di Hermann Nitsch (o un talk show di la7) una spinta verso l’abisso, ipnotizzato gli andavo sempre più vicino, quasi per verificare con mano se tutta quella rabbia fosse roba vera. Lo era. Intendiamoci, l’ironia nei Metro Crowd esiste, ma non è la colonna portante della loro piattaforma ideologica, prima c’è il tentativo di annientamento dei sensi, il rifuggire le sensazioni per un effetto disumanizzante, ed è proprio questo uno degli elementi che me li rende algidi, spietati, e che perciò mi spinge ad adorarli.

Con i Metro Crowd gli individui diventano classi sociali, poi masse, poi ancora un blob gelatinoso che si ammassa alle fermate dei mezzi pubblici, qualcosa che sembra scrutarti minaccioso in una perenne richiesta d’aiuto, lasciandoti credere di essere cosa diversa e distinta da quel blob. E invece il blob sei anche tu, ma non è mai il caso di disperarsi. “Infrared Sauna” ci prende un po’ di sorpresa, le rullate di batteria sono scariche di mitra, penso a Salvini e al suo giocattolo pasquale, tutto sprofonda, sempre di più in quel vuoto cosmico/urbano (o di senso) senza speranza che la band sembra rappresentare come nessun altro. “Insect Doner” segue “Infrared” come nel loro ultimo disco “Planning:”, sorseggio una coca sgasata che proteggo da uno dei poghi più slow-motion visti fin qua, i MC continuano a provocare suoni debilitanti e flangerosi, che risucchiano gli astanti in un vortice di caos disintegrante, da veri sacerdoti del disagio nutrono le bocche che poi sacrificano sull’altare del nulla. Un salto indietro di quattro anni, “Eternaut”, ispirata alla creazione di Héctor Oesterheld : una ballata no-psych, no-wave, e potrei proseguire con pagine di negazioni autocelebrative senza però trovarci il benchè minimo elemento caratterizzante, frustate di basso, riff sepolcrali di chitarra e un battito che prelude ad un’apocalisse che non arriva mai e forse risiede nella sua stessa attesa. Il gruppo di Roma Est conclude il suo show a Padova Est mettendo – ancora una volta – in evidenza il suo connaturato magnetismo, senza cali di zuccheri, senza ritrosie psichiche : un vagone in perenne deragliamento emotivo. Spengono gli amplificatori, io lascio che la porta del Nadir si chiuda alle mie spalle, la notte è buia. Ma lì dentro lo è stata di più.

Nando Dorelassi
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