Us and Them

Film come “The Commitments” (1991) o “Trainspotting” (1996) sono il classico esempio, tra i tanti, del perfetto connubio che può nascere tra le note e quella che nel 1921 fu battezzata “settima arte” da R. Canudo.

E sarebbe ormai impossibile scindere il faccione di Andrew Strong (alias, Deco Cuffe) dalla graffiante versione di “Try a Little Tenderness” (a proposito, sempre grazie zio Otis), oppure guardare il monologo iniziale Ewan McGregor senza l’incedere in sottofondo di “Lust For Life” (grazie anche te, zio Iggy).

Ci riuscireste? No, non si può.

Ma queste due pellicole sono anche l’esempio di un’altra cosa troppo spesso dimenticata, ovverosia che prima del film e della colonna sonora spesso c’è un buon libro, e britannico: gli omonimi di Roddy Doyle (1987) e di Irvine Welsh (1993).

Due scrittori – il primo irlandese, il secondo scozzese – che hanno creato prima su carta con storie e personaggi, “cuore e cervello” delle opere blues/rock/punk che, poi, sono entrate dirette nell’immaginario collettivo. E qui sta un po’ il paradosso.

La pagina che per sua natura è muta, in questi casi non solo ci fa vedere uomini e donne, ma ci fa pure sentire distintamente il giro di basso che accompagna le loro frustrazioni, e questo senza neppure bisogno di alzare il volume e disturbare i vicini.

È cosa tutto sommato rara questa, ma non v’è da disperarsi perché la terra d’Albione fortunatamente non è avara in questo tipo di esercizio.

Dopo Nick Hornby (inglese di Redhill, 1957), più di recente vi è il caso di John Niven (scozzese di Irvine, 1972) che riesce nel non banale compito di far trasudare di rock le pagine dei suoi libri, senza risultare mai stucchevole e rendendo la musica funzionale al racconto che ci mette davanti.

Ci è riuscito con “A volte ritorno” (2011) ove ci presenta Gesù (sì, lui) che scende in terra armato di una Gibson a tracolla, jeans sdruciti e maglietta grunge d’ordinanza, per diffondere il suo messaggio all’umanità: “Fate i bravi!”.

Che poi lo faccia non disdegnando birra ed erba, in un viaggio on the road insieme ai reietti della società, per partecipare al programma televisivo American Popstar… beh, quella è la parte interessante.

Ora ci riprova (e ci riesce, crediamo) con “Invidia il prossimo tuo” (2018) ove ci presenta un critico gastronomico di successo che, all’uscita della metropolitana, incrocia lo sguardo di un barbone che altri non è che il suo miglior amico dell’università, che ai tempi sembrava destinato a diventare una rockstar.Ne faranno dei film? Speriamo.

Intanto, la colonna sonora c’è già.

 

Mirko Arena

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